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domenica 3 novembre 2013

[Diario] Lucca 2013 Giorno Tre

Acqua.
Tanta, troppa.
E l'ho presa (quasi) tutta, inzuppando una giacca di pelle come raramente mi era capitato succedesse.

Però è stata un'altra giornata rilassante, senza corse, con tante chiacchiere e la fine della #maledizionedeldecennale, ovvero di quella strana combinazione di fattori che faceva sì che a Lucca non riuscissi mai a comprare nulla.
Ho comprato.
Poi, magari, deciderò di dirvi cosa e consigliare anche a voi i lavori che vengono a casa con me in quello che sarà un Giorno Quattro breve e mi vedrà lasciare Lucca attorno all'ora di pranzo.

A chiudere in bellezza la serata di ieri, poi, ci ha pensato la mia prima Cena Bonelli, dove ho avuto modo di vedere la enorme famiglia di autori e redattori riunita in un unico ristorante.
Il clima era quello di un matrimonio.
Di quelli a cui si va con piacere, insomma.

Ne riparleremo, ma ora corro a fare il check out e un ultimo, disperato giro di saluti mentre il dolore alla scapola (di natura ignota) che mi ero portato a Lucca, ha deciso di rompere i coglioni a dovere.
Ma, come direbbero gli yankee, we soldier on!

mercoledì 22 agosto 2012

[Diario] Senza titolo


Della serata di inaugurazione della mostra di Dino Battaglia ho già parlato in un'altra triste occasione.
Fu l'ultima uscita pubblica/ufficiale, mi è stato detto, di Sergio Bonelli.
Ma fu anche la serata in cui, per la prima volta, ebbi occasione di stringere la mano e scambiare due parole con un altro maestro internazionale del fumetto.
Sergio Toppi aveva l'aspetto di un nonno simpatico, che scherzava con l'amico e collega Sergio riguardo alla sua sordità e quando gli venne chiesto di dire due parole su Battaglia, be', quello fece.
Poche, sincere parole, dette con voce sottile. Parole che parlavano di un amico che se n'era andato troppo presto.
Toppi lo conoscevo fin da bambino, quando vedevo le sue storie piene di disegni stupefacenti, intricati, bellissimi anche per chi, come me, ancora non conosceva l'arte e il design che tanto hanno influenzato --e tanto devono-- all'arte del maestro. Ho però imparato ad apprezzarlo solo più tardi, "da grande", quando la mia visione del fumetto si è ampliata a forme più adulte e sperimentali.
Il suo uso della vignetta scontornata, le sue violazioni della griglia, che rendevano ogni tavola un piccolo capolavoro, sono ormai note a tutti. Ma nessuno prima di lui le aveva rese così uniche, arricchite di un senso della composizione raro (e detto così è un vero eufemismo).
Nei miei viaggi all'estero, e in particolare negli Stati Uniti, ho avuto modo di scoprire come molti autori americani ammirassero il suo lavoro, che pure restava pressoché sconosciuto ai loro lettori. Toppi era un artists' artist, un artista ammirato e noto agli altri artisti.
Sono felice di aver avuto quella breve occasione per fargli i complimenti e ringraziarlo personalmente per il suo lavoro. E poi aveva un'aria così... umana, semplice.
Mi sa che non ne facciano più, così.

Ma questo torrido agosto s'è portato via un altro maestro, quel Joe Kubert che invece non ho mai avuto occasione di incontrare. Non serve che sia io a dire quanto Kubert ha fatto per il fumetto americano di genere, senza dimenticare il suo Texone o graphic novel come Fax From Sarajevo e Yossel.
Quando incontrai suo figlio Andy, alla New York Comicon, gli dissi quanta paura mi facevano le sue storie del Soldato Fantasma (titolo italiano di Unknown Soldier che per qualche ragione ho sempre trovato perfetto) e ci siamo fatti due risate insieme.
Kubert se n'è andato dieci giorni fa, lasciandosi dietro un'eredità strabiliante, che comprende storie raccontate con maestria, due figli (Andy e Adam) che portano avanti la "tradizione di famiglia" con successo e la più longeva scuola di fumetto americana, quella The Kubert School che ha sfornato negli anni tanti talenti finiti a lavorare per le due major americane.
Con la sua solita, tagliente efficacia, Brian Azzarello, che lavorò con lui su Sgt. Rock - Between Hell and a Hard Place, riassunse perfettamente il rispetto che Kubert sapeva ispirare attraverso il suo lavoro quando, rispondendo a una domanda sulla storia realizzata insieme al maestro, disse solo, "Vi beccate 140 pagine di Joe Kubert. Il resto che importa?"

martedì 15 novembre 2011

Giuda ballerino, mi sa che tocca a me...


Da qualche tempo avevo pensato di parlarne qui su Breakfast, poi la morte improvvisa di Sergio Bonelli aveva allontanato il pensiero e avevo deciso di rimandare.

Ma ormai la notizia è uscita (QUI, QUI e anche QUI... le voci girano...) dopo che mi è stata simpaticamente "estorta" in occasione del piacevole incontro tenuto insieme a Lee Bermejo a Cesena Comics & Stories.

Quindi sì, scriverò DYLAN DOG.
Per essere precisi, scriverò una storia per un futuro Color Fest.
A qualcuno potrebbe sembrare strano, ma ho la sensazione di essere davanti a un nuovo "primo lavoro" e di dovermi guadagnare il rispetto e la fiducia di Giovanni Gualdoni, con il quale ho avuto fin dall'inizio (e così sarà fino alla consegna) il piacere di lavorare, e della redazione.
E ho tutta l'intenzione di fare del mio meglio.
Nonostante le cose fatte e le soddisfazioni che questo lavoro mi ha dato fin qui, l'idea di scrivere un personaggio così importante per la storia (non solo recente) del fumetto italiano è davvero stupefacente.

Quando nel settembre del 1986 comprai L'Alba dei Morti Viventi all'edicola della frazione in cui abitavo, restai colpito da quella che solo più tardi avrei capito essere la grande modernità di un personaggio come non se n'erano mai visti prima. A settembre di quest'anno, mentre parlavo al telefono con Giovanni del soggetto per la mia storia, non mi ero reso conto che si avvicinava il venticinquesimo anniversario. Da non credere.
La sola nota dolente è abbastanza ovvia.
Mi sarebbe piaciuto sentire l'opinione di Sergio sulla mia storia e dispiace pensare che non potrà leggerla.

È ovviamente troppo presto per parlare di disegnatori o date di uscita, ma vi terrò informati sul [WorkInProgress], nuova etichetta del blog che inauguriamo oggi.
E adesso via, che devo scrivere e basta, Giuda ballerino!

lunedì 26 settembre 2011

[Diario] In ascensore

Con Sergio Bonelli ho parlato diverse volte.
Mai abbastanza, comunque, quindi non vanterò una conoscenza che possa dare più volume al dolore che lascia sempre una persona come lui quando se ne va. Ma mi va di ricordare due episodi, il primo e l'ultimo --be' uno, degli ultimi, a dire il vero, ma tant'è-- in cui ci siamo incontrati.
Episodi significativi, per me.

Il primo episodio andò così.
Quando: settembre del 1988. Dove: la Festa dell'Unità di Reggio Emilia.
Sergio era ospite della festa per una serata dedicata al fumetto in occasione del quarantennale di Tex. La conferenza fu, come sempre erano le sue, divertente, ricca di aneddoti e piena di umanità. Alla fine del tipico question time (e sì, qualcuno chiese se Tex fosse di destra o di sinistra...), Sergio si fermò per incontrare il pubblico, forse firmare qualche autografo e, con mio incredibile piacere, a guardare le tavole e i disegni delle persone intervenute all'incontro.
Non ricordo, a dire il vero, se ci fossero altri incauti aspiranti fumettisti. Ma io c'ero. Sedicenne, pieno di speranza e con il desiderio bruciante di fare il disegnatore. Sergio guardò pazientemente la roba che gli avevo portato (schizzi e roba che in seguito avrei scoperto chiamarsi pin-up disegnate a matita su fogli riciclati da chissà dove), mi dedicò un po' del suo tempo, diede dei consigli e mi disse di continuare.
Alla fine non ho fatto il disegnatore, ma credo che un po' della "colpa" del lavoro che faccio oggi la si possa far risalire a quella sera di tanti anni fa.

L'altro episodio andò così.
Quando: Marzo 2010. Dove: Mantova Comics.
A dire il vero, ci incontrammo nell'ascensore dell'albergo dove alloggiavamo, vicino all'area della convention lombarda. Sergio mi salutò cordialissimo e iniziò a parlare della conferenza a cui avevo preso parte quel pomeriggio, quella sulla Italian Invasion del mercato americano, che mi vedeva insieme ai tanti autori e amici che come me lavoravano per il mercato d'oltreoceano. Sergio era seduto tra il pubblico.
Tra il pubblico.
Fu strano pensare, come feci, a quella sera di ventidue anni prima, e vedere lui in platea. E ancora più strano, perché inattesi, furono i complimenti che fece a me e ai suddetti colleghi per la conferenza, che diceva di aver trovato interessante. "Mi ero anche preparato qualche domanda per aiutare la cosa, ma non ne avete avuto bisogno, siete stati bravi..." disse. Ci facemmo una risata e continuammo a parlare nella hall dell'albergo, di America, di viaggi, di Hugo Pratt per via del mio lavoro su GLI SCORPIONI DEL DESERTO e altro ancora.
Infine ci salutammo e andammo alle rispettive cene programmate.

Ci sono stati altri episodi, come l'inaugurazione della mostra di Dino Battaglia, a Reggio Emilia, nel novembre scorso. La sera del vernissage, Sergio e il maestro Sergio Toppi parlarono dell'amico scomparso a cui era dedicata la bella mostra. Sergio parlò a braccio, e riempì il suo omaggio a Battaglia con la solita verve, tanti aneddoti e umanità.
Non era cambiato, insomma.

Dei suoi meriti come editore e del ruolo che ha avuto nella mia formazione come lettore prima e futuro autore poi non parlerò.
Non serve e non interessa.
Non oggi.

Oggi è il primo giorno in cui non c'è Sergio Bonelli.
E fa molto, molto strano pensarlo.