Tornare a postare dopo tanto tempo.
E farlo per parlare di una cosa che ha attirato la mia attenzione e un'altra che fa di tutto per distoglierla.
Edward Snowden ha 29 anni e, fino a pochi giorni fa, lavora(va) come analista e sistemista per la Booz Allen Hamilton. Da anni, infatti, il Governo Americano seleziona aziende private per catalogare informazioni per conto della NSA. Questo outsourcing ha permesso potente Agenzia per la Sicurezza Nazionale di aumentare la sua incidenza di controllo sulle telecomunicazioni da e per gli Stati Uniti.
Ipotesi di complotto da Grandi Fratelli a parte, lo scandalo rivelato dal quotidiano inglese Guardian mette a nudo una pratica lesiva della privacy del cittadino che vedremo come e se verrà stigmatizzata.
Di sicuro, siamo solo all'inizio dello scandalo del sistema di controllo chiamato Prism che rischia di scombinare più di un equilibrio.
Forse è per via che sto lavorando a un'idea di storia che fa uso dei leakers, cosa che mi ha portato a seguire la storia di KYAnonymous e del suo recente coming out. O forse perché conosco gli americani e so che dietro a ogni attacco al potere centrale di Washington si nascondono obiettivi reazionari che hanno nella pericolosa destra bianca –ve lo ricordate Timothy McVeigh?– i loro promotori più o meno occulti. O forse, ancora, perché la NSA è coinvolta in parecchie polemiche sulla limitazione della libertà, fin dai tempi del Patriot Act (un acronimo strepitoso, gente... meglio del Marveliano SHIELD) di Bush Jr. Com'è come non è, il video in cui Snowden spiega con tranquillità in cosa consisteva il suo lavoro mi ha colpito per le enormi implicazioni che potrebbero risultare da questa complessa faccenda.
Che crea imbarazzo non solo alla potente CIA e alla NSA, già impegnate nella "caccia" a Snowden, che nel frattempo ha fatto perdere le sue tracce, ma anche all'amministrazione Obama, che di sicuro finirà sulla graticola per queste rivelazioni.
Il dilemma più grande, in effetti, è lo stesso che il caso di KYAnonymous pone: è lecito violare la legge per avere giustizia? Un dilemma che può sembrare più etico, che politico.
Una legge sbagliata, può essere violata, verrebbe da dire.
Qualcuno arriverebbe ad affermare che debba essere violata.
Poi però viene da chiedersi chi decide quanto e come sia sbagliata una legge.
Ed è lì che mi spaventa una strisciante democristianità che odio e sento crescere nella mia testa.
Quindi decido, addirittura, di scrivere qualcosa per Breakfast.
Per distrarmi.
Ed è lì che mi accorgo che non sono il solo a farlo.
Perché mentre mentre resto crucciato da questa vicenda rivelata dall'inchiesta del Guardian, mi rendo conto che l'attenzione di molti pare essere attirata dal finale della terza stagione di Game of Thrones e, più di tutti, dalla presentazione della PS4 nel keynote Sony dell'E3.
Cosa che mi preoccupa un po'. Perché rischio di essere distratto anche io.
E cazzo, non voglio mica morire democristiano.
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martedì 11 giugno 2013
[Diario] Del silenzio interrotto e del morire democristiani
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lunedì 14 gennaio 2013
[Diario] In morte di Gordon Lee
Chi era il signor Gordon Lee?
Non l'ho mai conosciuto personalmente, ma ho seguito il suo caso fin dall'inizio e ho contribuito a finanziare, nel mio piccolo, il Comic Book Legal Defense Fund per aiutarlo a difendersi in un processo che ha sempre avuto una sfumatura di assurdo e che è l'esempio perfetto di cosa non vada nel grande (geograficamente parlando) paese che ci ha regalato tanti bei momenti con i suoi giornaletti pieni di strani tizi in calzamaglia.
Gordon Lee quei giornaletti li vendeva nel suo Legends Comics, negozio di fumetti di Rome, Georgia. Li ha venduti per tanti anni, con passione e amore per il medium fumetto, in ogni sua forma. E quei giornaletti sono stati anche il problema più grosso della sua vita.
Nel 1994, le autorità lo accusarono di "distribuzione di materiale osceno" per aver venduto copie di due fumetti porno di cui non avevo mai nemmeno sentito parlare, Final Tabu e un altro dalla godereccia allitterazione nel titolo Debbie Does Dallas a due lettori adulti. Accusa che finì con la sospensione della sentenza e il pagamento di un'ammenda di 250 dollari.
Una cazzata, insomma.
ma di quelle che, in America, possono rovinarti la vita. Perché le grandi masse belanti di ottusi benpensanti casa-e-chiesa fanno sempre un putiferio ogni volta che si presenta una situazione del genere. E i procuratori distrettuali, che negli States sono eletti dallo stesso popolo bove (o peggio, nominati dal governatore), vanno a caccia di casi come quello di Gordon Lee per alimentare la loro visibilità "politica".
dev'essere successo qualcosa di simile nel 2004, quando a un minore venne regalato per errore, durante i Free Comic Book Day una copia di Alternative Comics #2, che conteneva un estratto della graphic novel di Nick Bertozzi The Salon, dove si trovava una vignetta (una vignetta!) che ritraeva un Pablo Picasso nudo, sebbene in una situazione non sessuale. I genitori del bambino, sicuramente due illuminati, fecero un esposto e, nonostante Gordon ammise l'errore e si offrì di fare pubblica ammenda, venne arrestato con l'accusa di aver passato materiale pornografico a un minore e altre cinque accuse per la quale non vi erano vittime indicate. Il CBLDF accorse in suo aiuto per sostenere le assurde spese legali a cui il negoziante doveva fare fronte e contestare la legge dello stato della Georgia.
Il tutto finì con la caduta delle accuse tra il novembre del 2007 e l'aprile del 2008, ma Gordon dovette fare fronte per anni alla follia quasi inquisitoria e disgustosamente (falsamente/opportunisticamente?) moralista delle autorità. Senza l'aiuto del CBLDF, Gordon non sarebbe stato in grado di difendersi e di tenere fede alla sua convinzione di essere innocente e di non dover permettere che il suo caso stabilisse un precedente pericoloso per la libertà di altri. Se avesse ammesso le sue colpe, si sarebbe risparmiato la merda che la becera opinione pubblica locale e di qualche scemunito del comicdom americano gli scaricarono addosso. Ma Gordon tenne duro, e alla fine dimostrò di avere ragione.
Vi dico tutto questo perché attraverso alcuni amici americani ho asputo che Gordon Lee non è più tra noi. Si è spento a soli 54 anni in seguito alle complicazioni dovute a diversi problemi cardiaci.
Ma la cosa che mi ha fato più male, la cosa più triste, è stato leggere che è stato costretto a (s)vendere tutto il materiale contenuto nel suo negozio, fumetti e qualsiasi altra cosa, per potersi permettere di pagare le spese per il proprio funerale.
E secondo me, Gordon Lee una cosa così non se la meritava.
Non l'ho mai conosciuto personalmente, ma ho seguito il suo caso fin dall'inizio e ho contribuito a finanziare, nel mio piccolo, il Comic Book Legal Defense Fund per aiutarlo a difendersi in un processo che ha sempre avuto una sfumatura di assurdo e che è l'esempio perfetto di cosa non vada nel grande (geograficamente parlando) paese che ci ha regalato tanti bei momenti con i suoi giornaletti pieni di strani tizi in calzamaglia.
Gordon Lee quei giornaletti li vendeva nel suo Legends Comics, negozio di fumetti di Rome, Georgia. Li ha venduti per tanti anni, con passione e amore per il medium fumetto, in ogni sua forma. E quei giornaletti sono stati anche il problema più grosso della sua vita.
Nel 1994, le autorità lo accusarono di "distribuzione di materiale osceno" per aver venduto copie di due fumetti porno di cui non avevo mai nemmeno sentito parlare, Final Tabu e un altro dalla godereccia allitterazione nel titolo Debbie Does Dallas a due lettori adulti. Accusa che finì con la sospensione della sentenza e il pagamento di un'ammenda di 250 dollari.
Una cazzata, insomma.
ma di quelle che, in America, possono rovinarti la vita. Perché le grandi masse belanti di ottusi benpensanti casa-e-chiesa fanno sempre un putiferio ogni volta che si presenta una situazione del genere. E i procuratori distrettuali, che negli States sono eletti dallo stesso popolo bove (o peggio, nominati dal governatore), vanno a caccia di casi come quello di Gordon Lee per alimentare la loro visibilità "politica".
dev'essere successo qualcosa di simile nel 2004, quando a un minore venne regalato per errore, durante i Free Comic Book Day una copia di Alternative Comics #2, che conteneva un estratto della graphic novel di Nick Bertozzi The Salon, dove si trovava una vignetta (una vignetta!) che ritraeva un Pablo Picasso nudo, sebbene in una situazione non sessuale. I genitori del bambino, sicuramente due illuminati, fecero un esposto e, nonostante Gordon ammise l'errore e si offrì di fare pubblica ammenda, venne arrestato con l'accusa di aver passato materiale pornografico a un minore e altre cinque accuse per la quale non vi erano vittime indicate. Il CBLDF accorse in suo aiuto per sostenere le assurde spese legali a cui il negoziante doveva fare fronte e contestare la legge dello stato della Georgia.
Il tutto finì con la caduta delle accuse tra il novembre del 2007 e l'aprile del 2008, ma Gordon dovette fare fronte per anni alla follia quasi inquisitoria e disgustosamente (falsamente/opportunisticamente?) moralista delle autorità. Senza l'aiuto del CBLDF, Gordon non sarebbe stato in grado di difendersi e di tenere fede alla sua convinzione di essere innocente e di non dover permettere che il suo caso stabilisse un precedente pericoloso per la libertà di altri. Se avesse ammesso le sue colpe, si sarebbe risparmiato la merda che la becera opinione pubblica locale e di qualche scemunito del comicdom americano gli scaricarono addosso. Ma Gordon tenne duro, e alla fine dimostrò di avere ragione.
Vi dico tutto questo perché attraverso alcuni amici americani ho asputo che Gordon Lee non è più tra noi. Si è spento a soli 54 anni in seguito alle complicazioni dovute a diversi problemi cardiaci.
Ma la cosa che mi ha fato più male, la cosa più triste, è stato leggere che è stato costretto a (s)vendere tutto il materiale contenuto nel suo negozio, fumetti e qualsiasi altra cosa, per potersi permettere di pagare le spese per il proprio funerale.
E secondo me, Gordon Lee una cosa così non se la meritava.
sabato 29 dicembre 2012
[Diario] Se questa è la fine
Rubo prepotentemente il titolo di questo post all'ultimo numero di MYTICO!, il trentottesimo (trentottesimo, per dio!), in edicola da ieri e di cui vedete qui accanto la copertina del solito e bravissimo Paolo Martinello.
Lo faccio perché, arrivati alla fine di questo 2012, è tempo di bilanci e di buoni propositi per l'anno che verrà. Ma è anche, finalmente, la scusa per tornare qui su Breakfast e scrivere come non riuscivo a fare da settimane. Un chiaro, ultimo sintomo di quello che è stato l'andazzo negli scorsi mesi.
La prima cosa che dirò, con somma sorpresa di chi mi conosce meglio, è che sono tutto sommato soddisfatto dell'anno che tra breve ci lasceremo tutti alle spalle.
Perché l'ho cominciato scrivendo le sceneggiature per una breve serie di cartoni animati (ve lo ricordate GOODHERO?), per poi gettarmi a capofitto nella lavorazione di MYTICO!, realizzando sette episodi della serie e avendo la fortuna di lavorare con artisti giovani (alcuni un po' meno) che hanno reso al meglio le versioni del mito che mi ero messo in testa di raccontare.
Non mi stancherò mai di rilevare l'importanza che la produzione di RCS ha significato per il mercato italiano. Mi aspetto di vedere i frutti del lavoro che la squadra di MYTICO ha realizzato, seminando il terreno per (spero) future proposte editoriali rivolte a un pubblico, quello più giovane, che deve essere recuperato al fumetto. Credo si possa dire che ci siamo riusciti, cercando di fare del nostro meglio.
E spero che la squadra possa ricomporsi --e magari allargarsi-- in una nuova esperienza. Presto.
Se voglio evitare di commuovermi, che lo sanno tutti che sono un cuore tenero sotto l'apparente scorza da sbirro cattivo, dobbiamo andare avanti con il bilancio di fine anno.
Che mi ha portato due premi due, uno più inatteso dell'altro, entrambi grazie a 99 GIORNI. Del secondo, il superbo Boscar vinto a Treviso come Miglior Sceneggiatore, ho già parlato, mentre del primo --incredibilmente-- mai. Avevo solo accennato alla candidatura allo Spinetingler Award che 99 DAYS si era guadagnato l'inverno scorso, ma non avevo mai detto, qui sul blog, che io e Kris Donaldson alla fine lo abbiamo vinto. Era la prima volta che vincevo un premio internazionale, che alla fine ho scoperto essere piuttosto importante quando ho visto che diversi scrittori, nella loro pagina di Wikipedia, citavano con una certa enfasi la candidatura allo Spinetingler Award.
Grande soddisfazione, quindi? Be', sì, checcazzo.
Sul finire dell'anno mi sono anche concesso di tornare, per gli amici di saldaPress, a tradurre un fumetto, che vedrete nel 2013, divertendomi un sacco con il Thief Of Thieves di Robert Kirkman (basterà dire The Walking Dead e ho detto tutto) e Shawn Martinbrough. Poi mi sono messo/rimesso a lavorare su due progetti a cui tengo molto, uno nuovo e uno... meno, ho posto le basi per completare lavori in sospeso e per tutto quello che succederà in un 2013 che mi auguro sia impegnativo come si prospetta.
Lo faccio perché, arrivati alla fine di questo 2012, è tempo di bilanci e di buoni propositi per l'anno che verrà. Ma è anche, finalmente, la scusa per tornare qui su Breakfast e scrivere come non riuscivo a fare da settimane. Un chiaro, ultimo sintomo di quello che è stato l'andazzo negli scorsi mesi.
La prima cosa che dirò, con somma sorpresa di chi mi conosce meglio, è che sono tutto sommato soddisfatto dell'anno che tra breve ci lasceremo tutti alle spalle.
Perché l'ho cominciato scrivendo le sceneggiature per una breve serie di cartoni animati (ve lo ricordate GOODHERO?), per poi gettarmi a capofitto nella lavorazione di MYTICO!, realizzando sette episodi della serie e avendo la fortuna di lavorare con artisti giovani (alcuni un po' meno) che hanno reso al meglio le versioni del mito che mi ero messo in testa di raccontare.
Non mi stancherò mai di rilevare l'importanza che la produzione di RCS ha significato per il mercato italiano. Mi aspetto di vedere i frutti del lavoro che la squadra di MYTICO ha realizzato, seminando il terreno per (spero) future proposte editoriali rivolte a un pubblico, quello più giovane, che deve essere recuperato al fumetto. Credo si possa dire che ci siamo riusciti, cercando di fare del nostro meglio.
E spero che la squadra possa ricomporsi --e magari allargarsi-- in una nuova esperienza. Presto.
Che mi ha portato due premi due, uno più inatteso dell'altro, entrambi grazie a 99 GIORNI. Del secondo, il superbo Boscar vinto a Treviso come Miglior Sceneggiatore, ho già parlato, mentre del primo --incredibilmente-- mai. Avevo solo accennato alla candidatura allo Spinetingler Award che 99 DAYS si era guadagnato l'inverno scorso, ma non avevo mai detto, qui sul blog, che io e Kris Donaldson alla fine lo abbiamo vinto. Era la prima volta che vincevo un premio internazionale, che alla fine ho scoperto essere piuttosto importante quando ho visto che diversi scrittori, nella loro pagina di Wikipedia, citavano con una certa enfasi la candidatura allo Spinetingler Award.
Grande soddisfazione, quindi? Be', sì, checcazzo.
Sul finire dell'anno mi sono anche concesso di tornare, per gli amici di saldaPress, a tradurre un fumetto, che vedrete nel 2013, divertendomi un sacco con il Thief Of Thieves di Robert Kirkman (basterà dire The Walking Dead e ho detto tutto) e Shawn Martinbrough. Poi mi sono messo/rimesso a lavorare su due progetti a cui tengo molto, uno nuovo e uno... meno, ho posto le basi per completare lavori in sospeso e per tutto quello che succederà in un 2013 che mi auguro sia impegnativo come si prospetta.
Poi, ovviamente, ci sono state le (tante!) lezioni alle Scuole Internazionali di Comics, che mi danno sempre modo di crescere e imparare dai miei stessi allievi --anche se alle volte lasciano senza fiato-- le tante fiere a cui ho preso parte e le persone con cui ho avuto a che fare, per lavoro o nella vita di tutti i giorni, che hanno reso questa annata di volta in volta piacevole, difficile, eccitante, sconvolgente.
Roba da trottole, insomma...
E nel 2013, allora? Be', se questa è la fine, nel 2013 si torna.
Più determinati che mai.
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mercoledì 21 novembre 2012
[Diario] Liquida
Non è importante, ma non ha potuto fare a meno di notarlo. E tutto per caso. Per colpa di un bar chiuso che obbliga un caffeinomane abitudinario a fare cinquanta metri in più, fino alla pasticceria all'angolo. E nel tempo necessario a consumare la sua dose pomeridiana, il suddetto caffeinomane nota diverse cose.
Come i tatuaggi inconsueti per una barista, forse sui trentacinque, dall'aria serissima e professionale. Design tribali, di quelli non esattamente rassicuranti, geometrie che spariscono sotto le maniche a tre quarti, una scritta sul polso che il caffeinomane non fa in tempo a leggere. E poi un bracciale nero, a metà avambraccio, decorato con tanti piccoli teschi. Non calaveras messicane. Teschi. Ma niente di tutto questo è quello che dà un senso a queste poche righe.
I suoi movimenti.
Fluidi.
Esagerati.
Teatrali.
Scivola sul pavimento agitando le braccia come tentacoli gentili. Per disporre piatti, tazze, cucchiai, passando dal bancone alla macchina del caffè e ritorno, veloce e aggraziata.
Ipnotica.
Liquida, appunto.
Come i tatuaggi inconsueti per una barista, forse sui trentacinque, dall'aria serissima e professionale. Design tribali, di quelli non esattamente rassicuranti, geometrie che spariscono sotto le maniche a tre quarti, una scritta sul polso che il caffeinomane non fa in tempo a leggere. E poi un bracciale nero, a metà avambraccio, decorato con tanti piccoli teschi. Non calaveras messicane. Teschi. Ma niente di tutto questo è quello che dà un senso a queste poche righe.
I suoi movimenti.
Fluidi.
Esagerati.
Teatrali.
Scivola sul pavimento agitando le braccia come tentacoli gentili. Per disporre piatti, tazze, cucchiai, passando dal bancone alla macchina del caffè e ritorno, veloce e aggraziata.
Ipnotica.
Liquida, appunto.
mercoledì 22 agosto 2012
[Diario] Senza titolo
Della serata di inaugurazione della mostra di Dino Battaglia ho già parlato in un'altra triste occasione.
Fu l'ultima uscita pubblica/ufficiale, mi è stato detto, di Sergio Bonelli.
Ma fu anche la serata in cui, per la prima volta, ebbi occasione di stringere la mano e scambiare due parole con un altro maestro internazionale del fumetto.
Sergio Toppi aveva l'aspetto di un nonno simpatico, che scherzava con l'amico e collega Sergio riguardo alla sua sordità e quando gli venne chiesto di dire due parole su Battaglia, be', quello fece.
Poche, sincere parole, dette con voce sottile. Parole che parlavano di un amico che se n'era andato troppo presto.
Toppi lo conoscevo fin da bambino, quando vedevo le sue storie piene di disegni stupefacenti, intricati, bellissimi anche per chi, come me, ancora non conosceva l'arte e il design che tanto hanno influenzato --e tanto devono-- all'arte del maestro. Ho però imparato ad apprezzarlo solo più tardi, "da grande", quando la mia visione del fumetto si è ampliata a forme più adulte e sperimentali.
Il suo uso della vignetta scontornata, le sue violazioni della griglia, che rendevano ogni tavola un piccolo capolavoro, sono ormai note a tutti. Ma nessuno prima di lui le aveva rese così uniche, arricchite di un senso della composizione raro (e detto così è un vero eufemismo).
Nei miei viaggi all'estero, e in particolare negli Stati Uniti, ho avuto modo di scoprire come molti autori americani ammirassero il suo lavoro, che pure restava pressoché sconosciuto ai loro lettori. Toppi era un artists' artist, un artista ammirato e noto agli altri artisti.
Sono felice di aver avuto quella breve occasione per fargli i complimenti e ringraziarlo personalmente per il suo lavoro. E poi aveva un'aria così... umana, semplice.
Mi sa che non ne facciano più, così.
Ma questo torrido agosto s'è portato via un altro maestro, quel Joe Kubert che invece non ho mai avuto occasione di incontrare. Non serve che sia io a dire quanto Kubert ha fatto per il fumetto americano di genere, senza dimenticare il suo Texone o graphic novel come Fax From Sarajevo e Yossel.
Quando incontrai suo figlio Andy, alla New York Comicon, gli dissi quanta paura mi facevano le sue storie del Soldato Fantasma (titolo italiano di Unknown Soldier che per qualche ragione ho sempre trovato perfetto) e ci siamo fatti due risate insieme.
Kubert se n'è andato dieci giorni fa, lasciandosi dietro un'eredità strabiliante, che comprende storie raccontate con maestria, due figli (Andy e Adam) che portano avanti la "tradizione di famiglia" con successo e la più longeva scuola di fumetto americana, quella The Kubert School che ha sfornato negli anni tanti talenti finiti a lavorare per le due major americane.
Con la sua solita, tagliente efficacia, Brian Azzarello, che lavorò con lui su Sgt. Rock - Between Hell and a Hard Place, riassunse perfettamente il rispetto che Kubert sapeva ispirare attraverso il suo lavoro quando, rispondendo a una domanda sulla storia realizzata insieme al maestro, disse solo, "Vi beccate 140 pagine di Joe Kubert. Il resto che importa?"
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sabato 10 marzo 2012
[Diario] Moebius e il nastro spezzato
Jean Giraud non c'è più.
Uno dei più grandi maestri del fumetto, d'oltralpe e del mondo, se n'è andato oggi. Un po' troppo giovane, se posso dire la mia.
Non ci sono molte cose che io possa aggiungere. La storia di Moebius, com'era noto ai più, è ricca di opere straordinarie e ha regalato a tutti i suoi lettori un immaginario unico, vivace e sorprendente. Dagli esordi con Blueberry, alla fondazione di Metal Hurlant e degli Humanoïdes Associés a metà degli anni '70, fino ai lavori con Jiro Taniguchi e per il cinema, Moebius ha saputo affascinare e rapire.
Creare un intero immaginario capace di esprimere con pochi segni la sensibilità di un artista non è più stata la stessa cosa, dopo il suo arrivo.
Lo incontrai brevemente in occasione di una trasferta ad Angoulême, dove ebbi la fortuna di vedere (se non ricordo male la prima volta che andai) una mostra straordinaria a lui dedicata.
Il Nastro di Moebius, rappresentazione geometrica del concetto di infinito e moto perpetuo (o almeno così mi piace ricordarlo) oggi si è spezzato.
Scusate se un po' mi girano le palle.
lunedì 20 febbraio 2012
[Diario] Ricordando Magnus
Non mi sono mai piaciuti i necrologi, specie quelli scritti in occasione degli anniversari. Le ragioni di questa avversione sono di natura personale, e vi basti sapere questo. Quest'anno, però, pochi giorni dopo il sedicesimo anniversario dalla morte di Magnus, ho "trovato" questo video che sono finalmente riuscito a vedere con calma solo pochi giorni fa.
E mi ha fatto un effetto strano.
Perché Magnus, al secolo Roberto Raviola, l'ho incontrato una sera nella redazione di Granata Press, poco prima del Natale 1994, quando ero solo un giovinastro in piena gavetta, che l'art director Roberto Ghiddi (grande amico del Maestro, come era solito chiamarlo) stava facendo maturare come sceneggiatore con i calci in culo per i quali non lo ringrazierò mai abbastanza.
Nei primi anni '90 internet non c'era. Pazzesco pensarci oggi, ma allora era molto più difficile sapere che faccia avesse un autore, pure se così famoso. E così, quando mi trovai davanti a questo signore piccino, col baffone folto, chiuso in un cappotto e con un Borsalino i cui colori non ricordo, non avevo idea di chi avessi davanti. Ghiddi me lo presentò come "il Maestro" e io, stupidamente, non feci due più due, anche se avevo gli avevo già sentito tante volte usare quel soprannome per Magnus. Strinsi la mano a quel signore simpatico e timido per poi sbiancare quando, rimasto in ufficio con Ghiddi, capii chi avessi appena incontrato. Mio zio Fabio, grande appassionato del suo lavoro (nonché uno dei principali colpevoli del mio avviamento al fumetto) non me l'ha mai perdonato.
Non lo incontrai più, e mi spiace aver perso l'occasione per dirgli quanto il suo lavoro mi avesse insegnato ad amare il fumetto. A partire da Alan Ford per passare a Kriminal e Satanik, il suo capolavoro Lo Sconsciuto così come quel Necron che leggevo di nascosto nell'edizione tascabile Edifumetto celata dai più grandi (e innocui) albi dei supereroi Marvel-Corno, fino a gioielli quali Le 110 Pillole e il celebre Texone che fu anche il suo canto del cigno.
Risentire la sua voce e quel suo modo di ripetere "capito?" mentre spiega a Red Ronnie (brrr...) come svolgeva le sue meticolose ricerche, roba da far impallidire i wiki-esperti moderni, fa un certo effetto. E mostra la modesta e al contempo inimitabile professionalità di un artista che vorrei potesse avere ancora oggi la possibilità di continuare a stupirci con il suo lavoro.
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giovedì 16 febbraio 2012
[Diario] Sanremo? Mai sentito...
...quest'anno come negli ultimi ANNI.
Non mi interessano le sue polemiche e di solito comincia senza che me ne accorga. E non sono abbastanza televisivamente mondano da interessarmi alla carriera di soubrette da due soldi (per essere gentili) che oggi mi ritrovo ovunque su Facebook.
Amo la musica, quella fatta per essere ascoltata, e non sopporto le stupidaggini sul povero Gianni Morandi, che mi irritano così come trovo triste la ripetizione pappagallesca che se ne fa online, di continuo. Ricordo come, quando morì una cantante con le contropalle come Mia Martini, molti dissero che si era sentita emarginata da anni perché nell'ambiente girava voce che "portasse sfiga." Alta classe e professionalità all'italiana, alle solite.
Perché, in fondo, a sparare merda son buoni tutti, in fondo.
Così, ho deciso di dedicarmi all'ascolto di un pugno di strane compilation che trovate su musicForProgramming();, un sito dall'interfaccia minimalista il cui motto recita, "musica mixata per aiutare a programmare (ma utile anche per fare altro)." Molto 8 bit, cosa che ci ricollega, anche visto che continuiamo a parlare di musica, con il post precedente.
E diamo a Cesare quel che è di Cesare. Questo sito l'ho scoperto grazie alla segnalazione di Gianluca Bertani, programmatore esperto, ex compagno di scuola e amico che oggi si dedica con successo alle app per iPhone e iPad grazie al suo Flying Dolphin Studio (la pagina Facebook è QUI), sui cui potete trovare i suoi lavori.
Ascoltate. Scaricate le app. Fate altro. Oltre Sanremo e le sue sciocchezze che poco hanno di musicale.
Cheers!
Non mi interessano le sue polemiche e di solito comincia senza che me ne accorga. E non sono abbastanza televisivamente mondano da interessarmi alla carriera di soubrette da due soldi (per essere gentili) che oggi mi ritrovo ovunque su Facebook.
Amo la musica, quella fatta per essere ascoltata, e non sopporto le stupidaggini sul povero Gianni Morandi, che mi irritano così come trovo triste la ripetizione pappagallesca che se ne fa online, di continuo. Ricordo come, quando morì una cantante con le contropalle come Mia Martini, molti dissero che si era sentita emarginata da anni perché nell'ambiente girava voce che "portasse sfiga." Alta classe e professionalità all'italiana, alle solite.
Perché, in fondo, a sparare merda son buoni tutti, in fondo.
Così, ho deciso di dedicarmi all'ascolto di un pugno di strane compilation che trovate su musicForProgramming();, un sito dall'interfaccia minimalista il cui motto recita, "musica mixata per aiutare a programmare (ma utile anche per fare altro)." Molto 8 bit, cosa che ci ricollega, anche visto che continuiamo a parlare di musica, con il post precedente.
E diamo a Cesare quel che è di Cesare. Questo sito l'ho scoperto grazie alla segnalazione di Gianluca Bertani, programmatore esperto, ex compagno di scuola e amico che oggi si dedica con successo alle app per iPhone e iPad grazie al suo Flying Dolphin Studio (la pagina Facebook è QUI), sui cui potete trovare i suoi lavori.
Ascoltate. Scaricate le app. Fate altro. Oltre Sanremo e le sue sciocchezze che poco hanno di musicale.
Cheers!
venerdì 27 gennaio 2012
[Diario] CATWOMAN digital comics
Pochi giorni fa, curiosando online, mi sono imbattuto sulla app della DC Comics per iPhone, iPad e iPod Touch (era stata annunciata anche una versione Android, ma non l'ho trovata). Scaricabile gratuitamente, l'applicazione permette di acquistare la versione digitale di una marea di albi della DC, dalle ultime novità ai grandi classici. Un catalogo davvero ricchissimo, in cui perdersi è facile.
Ed è stato mentre stavo curiosando negli elenchi di titoli che ho trovato la storia in due parti da me scritta anni or sono sui numeri #41 e #42 della serie CATWOMAN e mai pubblicati in Italia da Planeta/De Agostini. Non sapevo nemmeno fosse stata "digitalizzata", e devo dire che è stata una sorpresagradita. Era una storia dura e cattiva, con combattimenti tra uomini e cani con cui volli rendere o omaggio al libro Guerra agli Umani di Wu Ming 2 --a cui poi regalai le copie del fumetto. Il titolo era Of Cats and Dogs, e il disegnatore era un allora meno noto (ma già parecchio bravo) Brad Walker --e QUI trovate alcuni suoi lavori.
Se qualcuno è curioso di leggere questa mia prima prova per l'editore di Batman & soci (correva l'anno 2005, per dio! il tempo volaal telefono...), data la reperibilità solitamente complessa degli arretrati americani, può scaricarli da qui.
Qualcuno potrebbe chiedersi perché etichetto questo post come [Diario]... be', il blog nemmeno esisteva quando i CATWOMAN miei e di Brad uscirono, quindi ho voluto distinguere la "notizia" dalle altre solo fumettistiche, e il [Diario] è dove annoto le cose che mi piace ricordare.
Poi meglio concentrarsi sulle cose nuove, presenti e future. C'è un DYLAN DOG da finire e altre cose ancora di cui riparleremo a breve, statene certi...
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martedì 17 gennaio 2012
[Diario] Leggerealtrimenti
Apro questo post stracarico di link con un'immagine che diverrà chiara solo alla fine.
Perché ciò di cui voglio parlare è il leggere libri, una passione che ho fin da piccolo --insieme a quella per i fumetti, ovviamente.
La sola idea di scoprire un nuovo autore, il doversi tuffare in una scrittura fino a quel momento aliena e riemergere un po' cambiati dall'esperienza, è ancora oggi una sensazione che cerco con determinazione, alle volte quasi con disperazione.
È stato per caso che ho scoperto un Paul Auster ancora poco noto in Italia, trovando Città di Vetro (edito da Anabasi) al Salone del libro di Torino del 1995. E anche se avevo letto Meridiano di Sangue su consiglio di Michele Petrucci e Andrea G. Ciccarelli, gente che se ne intende anche di fumetti, è stato solo leggendo le prime pagine di Cavalli Selvaggi mentre aspettavo di tagliarmi i capelli che ho iniziato ad amare davvero la dura opera di Cormac McCarthy, che ora posso mettere nella mia top five degli scrittori preferiti.
Molti altri autori mi sono invece stati suggeriti da persone, spesso importanti. Qualche nome a caso? Hemingway e Tolkien, ma anche García Márquez e Quarenghi, Palahniuk come Hornby, ma l'elenco sarebbe troppo lungo. E questa è una cosa che mi piace, dei libri.
Che li puoi condividere. Prestare.
Certo, oggi abbiamo il bookcrossing, che è un'idea parecchio figa e molto di moda, ma vogliamo paragonarlo al ricevere un libro, in regalo o in prestito, annusarlo, leggerlo e poi poterlo consigliare ad altri? Certo che no.
Ma visto che avevo promesso qualcosa di cui ridere, ci do un taglio con questo filosofeggiare forse un po' pedante e vi segnalo due modi di condividere i libri abbastanza originali.
Il primo, che probabilmente conoscete già, è il geniale e divertente Copertinedilibri, dove troverete tanti libri, certo, ma anche un "occhio indiscreto" sulle scelte editoriali che credo saprà strapparvi qualche sorriso.
Il secondo l'ho scoperto grazie all'amica e scrittrice Christa Faust, ha un titolo lunghissimo e si chiama (tenetevi forti) The Outdoor Co-ed Topless Pulp Fiction Appreciation Society. Che sicuramente vince, per quanto mi riguarda, la palma d'oro per il modo più originale di condividere l'amore per la letteratura. E non c'è che dire, queste ragazze sanno il fatto loro e di e-book di sicuro non vogliono sentir parlare...
Iron Man 2 e non solo
Il buon Matteo Losso, che gestisce blog e pagina Facebook di Marvel Made in Italy ha anticipato ieri la pubblicazione di una mia intervista relativa all'edizione italiana della storia di IRON MAN di cui parlo nel post precedente. Lo ringrazio fin da ora e ovviamente pubblicherò il link quando sarà il momento.
Poi torno a dare un po' di attenzione a 99 GIORNI, segnalandovi le recensioni de LoSpazioBianco, Comicus e CBR. Non posso che ringraziare per le belle parole, nell'ordine, Gian Piero Travini, Francesco Tedeschi e Greg Burgas, unico recensore americano, per ora, a notare il refuso in quarta di copertina che attribuisce il nome "Davis" al protagonista del thriller realizzato da Kristian e me. Piccola curiosità: quello era il nome iniziale di Antoine, che divenne Boyd perché il reparto legale della DC non voleva problemi da un certo Antoine Davis, un tizio che fa il deejay a Los Angeles. Poi qualcuno in redazione fa un copiaIncolla sballato e voilà, nessuno se ne accorge per mesi.
Sui due siti di fumetto italici, anche il buon GANG BANG viene recensito da Ettore Gabrielli su LoSpazioBianco e di nuovo da Tedeschi su Comicus.
Oggi poi proverò a "spezzare la continuità" puramente informativa, che mi manca il [Diario] e ho voglia di scrivere qualcosa di quel genere. E magari sorridere un po'.
A dopo, insomma.
sabato 31 dicembre 2011
[Diario] Dorando Pietri
Non vi annoierò con la sua curiosa biografia, abuso del suo nome come titolo perché siamo sulla linea del traguardo di un altro anno, e spenderò due (davvero due) parole per trarre un bilancio assolutamente sommario. Ma state certi che non ho nessuna intenzione di fare la fine del povero Dorando.
Quello che tra poco sarà finito è stato sicuramente un anno difficile ma significativo.
Progetti che hanno visto la luce, altri che sono partiti, battute d'arresto, soddisfazioni e piccole sconfitte. E poi la vita, quella "vera", al di fuori del lavoro, sempre complessa e alle volte da spingere alle bestemmia, ma anche piena di novità e di cose belle che hanno reso speciale il tempo passato.
Anno di cambiamenti, insomma, che finisce e mi vede pronto a ributtarmi nella mischia ancora una volta, per un 2012 che sarà di sicuro impegnativo e, speriamo, più eccitante ancora.
Con questo pseudo-inutile post voglio fare gli auguri a tutti voi che avete seguito Breakfast in questi mesi, da quando a luglio è "risorto" dopo un anno di inattività.
È stata una cosa nuova, per me, condividere come ho fatto le cose che avete letto qui e anche se so di essere lontano dalla qualità e dal "traino" che altri blog hanno, ho intenzione di impegnarmi e divertirmi (se no tanto vale smettere) per fare di meglio.
Ci vediamo l'anno prossimo.
Intanto spaccatevi e fate festa, che ce lo meritiamo.
Cheers!
martedì 29 novembre 2011
[Diario] Una discussione partita altrove
Conosco Francesco Ausonia Ciampi da tanti anni.
Ma proprio tanti.
Abbiamo iniziato a fare la nostra gavetta in Granata Press, su un progetto dal "nome in codice" Golem che ha fatto appena in tempo a partorire L'Altra Parte di Vanna Vinci e Progenie d'Inferno di Onofrio Catacchio & Andrea Accardi.
A pensarci bene, e lo diciamo spesso, è strano che in diciassette anni (!!!) non abbiamo mai lavorato insieme. Qualche progetto (roba da galera...) l'avevamo anche messo insieme, ma poi abbiamo seguito i nostri percorsi personali per poi ritrovarci colleghi alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze, in veste di docenti di diversi corsi.
Da allora, le pause pranzo con lui sono state sempre una piacevole occasione per parlare di tutto. Le nostre vite, il nostro lavoro, le vite e il lavoro degli altri.
Durante una cena piacevolissima a Lucca, poche settimane fa, Francesco diede voce alle sue perplessità su L'Ultimo Terrestre, il film di Gipi presentato quest'anno al festival di Venezia, e alle dichiarazioni successive in merito al suo allontanamento dal fumetto.
La discussione è stata interessante e l'amore di Francesco per le opere di Gipi era sincero e caratterizzava fortemente le sue opinioni, così come le sue perplessità sul fumetto di Giacomo Monti, quel Nessuno Mi Farà del Male, da cui il film ha preso spunto.
Personalmente non conosco il lavoro di Monti, ma ammetto di non essere stato attratto dal libro quando ho avuto occasione di sfogliarlo. E magari mi sono perso qualcosa.
Così come nulla sapevo del suo "sfogo" (e adesso me lo cerco) contro lo stato del fumetto e la sua scelta di allontanarsi da questo mondo (bislacco, certo), che ha creato lo spunto per QUESTO post di Francesco e la naturale discussione che ne è scaturita, che parla soprattutto del "bisogno di narrare" e di come ognuno di noi lo affronta.
E che devo dire?
Sarà che siamo amici da tanto proprio perché le nostre sensibilità, pur con le loro abissali differenze, si assomigliano parecchio. Ma posso solo dirmi d'accordo con quello che Francesco, con la sua solita passione, dichiara nel post.
E ammetto che questa discussione la seguirò con curiosità...
Aggiornamento volante: QUI trovate altre opinioni.
martedì 15 novembre 2011
Giuda ballerino, mi sa che tocca a me...
Da qualche tempo avevo pensato di parlarne qui su Breakfast, poi la morte improvvisa di Sergio Bonelli aveva allontanato il pensiero e avevo deciso di rimandare.
Ma ormai la notizia è uscita (QUI, QUI e anche QUI... le voci girano...) dopo che mi è stata simpaticamente "estorta" in occasione del piacevole incontro tenuto insieme a Lee Bermejo a Cesena Comics & Stories.
Quindi sì, scriverò DYLAN DOG.
Per essere precisi, scriverò una storia per un futuro Color Fest.
A qualcuno potrebbe sembrare strano, ma ho la sensazione di essere davanti a un nuovo "primo lavoro" e di dovermi guadagnare il rispetto e la fiducia di Giovanni Gualdoni, con il quale ho avuto fin dall'inizio (e così sarà fino alla consegna) il piacere di lavorare, e della redazione.
E ho tutta l'intenzione di fare del mio meglio.
Nonostante le cose fatte e le soddisfazioni che questo lavoro mi ha dato fin qui, l'idea di scrivere un personaggio così importante per la storia (non solo recente) del fumetto italiano è davvero stupefacente.
Quando nel settembre del 1986 comprai L'Alba dei Morti Viventi all'edicola della frazione in cui abitavo, restai colpito da quella che solo più tardi avrei capito essere la grande modernità di un personaggio come non se n'erano mai visti prima. A settembre di quest'anno, mentre parlavo al telefono con Giovanni del soggetto per la mia storia, non mi ero reso conto che si avvicinava il venticinquesimo anniversario. Da non credere.
La sola nota dolente è abbastanza ovvia.
Mi sarebbe piaciuto sentire l'opinione di Sergio sulla mia storia e dispiace pensare che non potrà leggerla.
È ovviamente troppo presto per parlare di disegnatori o date di uscita, ma vi terrò informati sul [WorkInProgress], nuova etichetta del blog che inauguriamo oggi.
E adesso via, che devo scrivere e basta, Giuda ballerino!
giovedì 10 novembre 2011
When the smoke clears
A me le facce come questa sono sempre piaciute un sacco.
Smokin' Joe Frazier se n'è andato da poco ed è triste pensare che pochi oggi conoscano quest'uomo e sappiano cosa ha fatto della sua vita e per la comunità afroamericana in generale.
La colossale personalità di Muhammad Ali ha divorato la notorietà che gente come Frazier si meritava. Il loro Fight of the Century fu un incontro spettacolare. E la meritata vittoria di Frazier sorprese parecchia gente.
Non starò ad annoiarvi con un lacunoso necrologio, leggetevi piuttosto l'articolo che Gian Piero Travini ha scritto per La Voce di Romagna (e poi seguitelo anche su LoSpazioBianco, che ne sa a pacchi anche di fumetti!), ne vale davvero la pena. Lo "Zio" Travini è un appassionato di boxe duro e puro.
Uno di quelli da non far incazzare.
Vi lascio con un paio di foto scattate poche settimane fa, a New York, nell'hotel dove alloggiavo. Lo stesso che era un po' una "seconda casa" per Smokin' Joe, come mi ha detto il direttore col quale mi sono fermato a parlare quando ho notato i guantoni appesi al muro nel suo ufficio. Il bizzarro, vagamente infantile autografo con dedica di Joe incorniciato accanto alla foto in posa mi ha fatto tenerezza.

Smokin' Joe Frazier se n'è andato da poco ed è triste pensare che pochi oggi conoscano quest'uomo e sappiano cosa ha fatto della sua vita e per la comunità afroamericana in generale.
La colossale personalità di Muhammad Ali ha divorato la notorietà che gente come Frazier si meritava. Il loro Fight of the Century fu un incontro spettacolare. E la meritata vittoria di Frazier sorprese parecchia gente.
Non starò ad annoiarvi con un lacunoso necrologio, leggetevi piuttosto l'articolo che Gian Piero Travini ha scritto per La Voce di Romagna (e poi seguitelo anche su LoSpazioBianco, che ne sa a pacchi anche di fumetti!), ne vale davvero la pena. Lo "Zio" Travini è un appassionato di boxe duro e puro.
Uno di quelli da non far incazzare.
Vi lascio con un paio di foto scattate poche settimane fa, a New York, nell'hotel dove alloggiavo. Lo stesso che era un po' una "seconda casa" per Smokin' Joe, come mi ha detto il direttore col quale mi sono fermato a parlare quando ho notato i guantoni appesi al muro nel suo ufficio. Il bizzarro, vagamente infantile autografo con dedica di Joe incorniciato accanto alla foto in posa mi ha fatto tenerezza.

Poi, stamattina, ho trovato questo trailer.
E adesso DEVO vederlo...
martedì 8 novembre 2011
Otto novembre duemilaundici
Forse sarà un giorno da ricordare.
Anticipato mille volte, ancora più atteso da molti, oggi è forse il giorno in cui vent'anni di storia tragicomica del nostro paese finalmente finiranno.
E sarebbe bello vederli finire con "stile", in piena notte dei lunghi coltelli. (ecco QUI un fulgido esempio)
Nelle prossime ore.
E poi, se così sarà, vedremo cosa succederà, chi saprà fare cosa per risollevare questa piccola nazione dalla forma buffa, che negli ultimi anni si è abbruttita culturalmente sotto molti, troppi punti di vista.
Non nascondo di trattenere un sospiro di sollievo. E spero di poter presto iniziare a trattenere tutti il fiato con trepidazione, per vedere cosa succederà.
Aspettando che il fetore ventennale si diradi...
giovedì 6 ottobre 2011
Affamato e pazzo
L'ho sentito alla radio non più di due ore fa.
Mi fa sempre un po' impressione sentire le notizie grosse alla radio. Ha un qualcosa di solenne.
Non la terrò lunga, perché lo faranno altri al mio posto.
Steve Jobs è morto.
Quando ho comprato il mio primo Macintosh LC II, una "bestia" con 4 mega di ram e 6 di hard disk (!!) era il 1992. La mela che lo marchiava era quella arcobaleno che vedete in cima a queste parole.
Ce l'ho ancora, quel vecchio Mac, e in un certo senso gli voglio bene.
Da allora ho sempre e solo lavorato in ambiente Apple, assistendo da utente (quasi) esperto al ritorno di Jobs e alle grandi novità che seppe portare alla Mela e non solo.
Allora manco sapevo esattamente chi fosse, ma ci ho messo poco a rendermi conto della sua visione.
Non serve aggiungere altro, credo.
Però girano un po' le palle a pensare che nel giro di due settimane se ne sono andate due persone che hanno dato a tante, tantissime persone sempre e solo il meglio che potevano.
Non ci resta che il mantra che ho sempre amato. Quel suo "Stay hungry, stay foolish." che vuol dire tanto, in quanto a filosofia del voler fare.
Quindi restiamo affamati. E pazzi.
Mi fa sempre un po' impressione sentire le notizie grosse alla radio. Ha un qualcosa di solenne.
Non la terrò lunga, perché lo faranno altri al mio posto.
Steve Jobs è morto.
Quando ho comprato il mio primo Macintosh LC II, una "bestia" con 4 mega di ram e 6 di hard disk (!!) era il 1992. La mela che lo marchiava era quella arcobaleno che vedete in cima a queste parole.
Ce l'ho ancora, quel vecchio Mac, e in un certo senso gli voglio bene.
Da allora ho sempre e solo lavorato in ambiente Apple, assistendo da utente (quasi) esperto al ritorno di Jobs e alle grandi novità che seppe portare alla Mela e non solo.
Allora manco sapevo esattamente chi fosse, ma ci ho messo poco a rendermi conto della sua visione.
Non serve aggiungere altro, credo.
Però girano un po' le palle a pensare che nel giro di due settimane se ne sono andate due persone che hanno dato a tante, tantissime persone sempre e solo il meglio che potevano.
Non ci resta che il mantra che ho sempre amato. Quel suo "Stay hungry, stay foolish." che vuol dire tanto, in quanto a filosofia del voler fare.
Quindi restiamo affamati. E pazzi.
lunedì 26 settembre 2011
[Diario] In ascensore
Con Sergio Bonelli ho parlato diverse volte.
Mai abbastanza, comunque, quindi non vanterò una conoscenza che possa dare più volume al dolore che lascia sempre una persona come lui quando se ne va. Ma mi va di ricordare due episodi, il primo e l'ultimo --be' uno, degli ultimi, a dire il vero, ma tant'è-- in cui ci siamo incontrati.
Episodi significativi, per me.
Il primo episodio andò così.
Quando: settembre del 1988. Dove: la Festa dell'Unità di Reggio Emilia.
Sergio era ospite della festa per una serata dedicata al fumetto in occasione del quarantennale di Tex. La conferenza fu, come sempre erano le sue, divertente, ricca di aneddoti e piena di umanità. Alla fine del tipico question time (e sì, qualcuno chiese se Tex fosse di destra o di sinistra...), Sergio si fermò per incontrare il pubblico, forse firmare qualche autografo e, con mio incredibile piacere, a guardare le tavole e i disegni delle persone intervenute all'incontro.
Non ricordo, a dire il vero, se ci fossero altri incauti aspiranti fumettisti. Ma io c'ero. Sedicenne, pieno di speranza e con il desiderio bruciante di fare il disegnatore. Sergio guardò pazientemente la roba che gli avevo portato (schizzi e roba che in seguito avrei scoperto chiamarsi pin-up disegnate a matita su fogli riciclati da chissà dove), mi dedicò un po' del suo tempo, diede dei consigli e mi disse di continuare.
Alla fine non ho fatto il disegnatore, ma credo che un po' della "colpa" del lavoro che faccio oggi la si possa far risalire a quella sera di tanti anni fa.
L'altro episodio andò così.
Quando: Marzo 2010. Dove: Mantova Comics.
A dire il vero, ci incontrammo nell'ascensore dell'albergo dove alloggiavamo, vicino all'area della convention lombarda. Sergio mi salutò cordialissimo e iniziò a parlare della conferenza a cui avevo preso parte quel pomeriggio, quella sulla Italian Invasion del mercato americano, che mi vedeva insieme ai tanti autori e amici che come me lavoravano per il mercato d'oltreoceano. Sergio era seduto tra il pubblico.
Tra il pubblico.
Fu strano pensare, come feci, a quella sera di ventidue anni prima, e vedere lui in platea. E ancora più strano, perché inattesi, furono i complimenti che fece a me e ai suddetti colleghi per la conferenza, che diceva di aver trovato interessante. "Mi ero anche preparato qualche domanda per aiutare la cosa, ma non ne avete avuto bisogno, siete stati bravi..." disse. Ci facemmo una risata e continuammo a parlare nella hall dell'albergo, di America, di viaggi, di Hugo Pratt per via del mio lavoro su GLI SCORPIONI DEL DESERTO e altro ancora.
Infine ci salutammo e andammo alle rispettive cene programmate.
Ci sono stati altri episodi, come l'inaugurazione della mostra di Dino Battaglia, a Reggio Emilia, nel novembre scorso. La sera del vernissage, Sergio e il maestro Sergio Toppi parlarono dell'amico scomparso a cui era dedicata la bella mostra. Sergio parlò a braccio, e riempì il suo omaggio a Battaglia con la solita verve, tanti aneddoti e umanità.
Non era cambiato, insomma.
Dei suoi meriti come editore e del ruolo che ha avuto nella mia formazione come lettore prima e futuro autore poi non parlerò.
Non serve e non interessa.
Non oggi.
Oggi è il primo giorno in cui non c'è Sergio Bonelli.
E fa molto, molto strano pensarlo.
Mai abbastanza, comunque, quindi non vanterò una conoscenza che possa dare più volume al dolore che lascia sempre una persona come lui quando se ne va. Ma mi va di ricordare due episodi, il primo e l'ultimo --be' uno, degli ultimi, a dire il vero, ma tant'è-- in cui ci siamo incontrati.
Episodi significativi, per me.
Il primo episodio andò così.
Quando: settembre del 1988. Dove: la Festa dell'Unità di Reggio Emilia.
Sergio era ospite della festa per una serata dedicata al fumetto in occasione del quarantennale di Tex. La conferenza fu, come sempre erano le sue, divertente, ricca di aneddoti e piena di umanità. Alla fine del tipico question time (e sì, qualcuno chiese se Tex fosse di destra o di sinistra...), Sergio si fermò per incontrare il pubblico, forse firmare qualche autografo e, con mio incredibile piacere, a guardare le tavole e i disegni delle persone intervenute all'incontro.
Non ricordo, a dire il vero, se ci fossero altri incauti aspiranti fumettisti. Ma io c'ero. Sedicenne, pieno di speranza e con il desiderio bruciante di fare il disegnatore. Sergio guardò pazientemente la roba che gli avevo portato (schizzi e roba che in seguito avrei scoperto chiamarsi pin-up disegnate a matita su fogli riciclati da chissà dove), mi dedicò un po' del suo tempo, diede dei consigli e mi disse di continuare.
Alla fine non ho fatto il disegnatore, ma credo che un po' della "colpa" del lavoro che faccio oggi la si possa far risalire a quella sera di tanti anni fa.
L'altro episodio andò così.
Quando: Marzo 2010. Dove: Mantova Comics.
A dire il vero, ci incontrammo nell'ascensore dell'albergo dove alloggiavamo, vicino all'area della convention lombarda. Sergio mi salutò cordialissimo e iniziò a parlare della conferenza a cui avevo preso parte quel pomeriggio, quella sulla Italian Invasion del mercato americano, che mi vedeva insieme ai tanti autori e amici che come me lavoravano per il mercato d'oltreoceano. Sergio era seduto tra il pubblico.
Tra il pubblico.
Fu strano pensare, come feci, a quella sera di ventidue anni prima, e vedere lui in platea. E ancora più strano, perché inattesi, furono i complimenti che fece a me e ai suddetti colleghi per la conferenza, che diceva di aver trovato interessante. "Mi ero anche preparato qualche domanda per aiutare la cosa, ma non ne avete avuto bisogno, siete stati bravi..." disse. Ci facemmo una risata e continuammo a parlare nella hall dell'albergo, di America, di viaggi, di Hugo Pratt per via del mio lavoro su GLI SCORPIONI DEL DESERTO e altro ancora.
Infine ci salutammo e andammo alle rispettive cene programmate.
Ci sono stati altri episodi, come l'inaugurazione della mostra di Dino Battaglia, a Reggio Emilia, nel novembre scorso. La sera del vernissage, Sergio e il maestro Sergio Toppi parlarono dell'amico scomparso a cui era dedicata la bella mostra. Sergio parlò a braccio, e riempì il suo omaggio a Battaglia con la solita verve, tanti aneddoti e umanità.
Non era cambiato, insomma.
Dei suoi meriti come editore e del ruolo che ha avuto nella mia formazione come lettore prima e futuro autore poi non parlerò.
Non serve e non interessa.
Non oggi.
Oggi è il primo giorno in cui non c'è Sergio Bonelli.
E fa molto, molto strano pensarlo.
martedì 20 settembre 2011
Niente trucchi
Perché Rollie, per certi versi, è davvero un gigante.
E così prendo in prestito il nome del blog di Michele Petrucci per dare un titolo a questo post non strettamente "fumettoso".
E mentre lo faccio, mi rendo conto che le cose sono collegate.
Questo simpatico signore, che ha appena compiuto novant'anni, è tornato in Italia per la prima volta dal 1945 per festeggiare il suo compleanno con una crociera insieme alla nipote e suo marito, quel Jim Lee al cui matrimonio l'ho conosciuto due anni fa.
Ricordo i racconti di guerra che regalava al tavolo, quando parlava dei voli che dalla Puglia a Fano (città natale di Petrucci, ed ecco il legame...) per bombardare le fabbriche della città. Rollie è stato un capitano dell'aeronautica e pilotava un P-51 Mustang, un gioiello come quelli che potete vedere qui. Anche su Firenze (dove l'ho rivisto con piacere, una settimana fa) e Pisa era passato solo a volo radente sulla città, ed era la prima volta che camminava per le strade di luoghi che mi sono così familiari.
Ho conosciuto diversi partigiani (anche mia nonna lo è stata), ma con Rollie è stato diverso, perché è il primo pilota di caccia bombardieri che io abbia mai incontrato. Simpatico e socievole, lo stampo per fare quelli come lui (persone che la Torre di Pisa potrebbe davvero reggerla a mani nude, senza trucchi) si è definitivamente rotto.
Non ne fanno più, gente.
"Devi gettare una moneta alle tue spalle, nella Fontana di Trevi, Rollie... è tradizione!"
"Cosa devo fare? Io non butto via i soldi così."
Impagabile.
giovedì 8 settembre 2011
Luoghi pericolosi
Niente a che vedere con la foto qui sopra.
O quasi.
Dopo una mattina passata a sprecare tempo tra Polizia e Carabinieri cercando di fare una denuncia di smarrimento del tesserino sanitario/codice fiscale totalmente inutile (GRAZIE, anonimo interlocutore del numero verde dell'Agenzia delle Entrate...), finisco in coda allo sportello per ottenerne il duplicato.
Il turnomatic di una volta è stato sostituito da un televisore LCD appeso alla parete su cui appare la progressione numerica che si avvicina, inesorabile e lentissima, al bigliettino che reggo in mano manco fosse quello vincente della lotteria di capodanno.
Per qualche ragione, sul margine sinistro dello schermo, si alternano scritte multilingue a immagini bucoliche di baite alpine.
Poi, appena prima che tocchi a me, l'immagine sullo schermo diventa quella che apre questo post.
Come a volermi avvisare di un non meglio precisato pericolo incombente.
Forse dovrei aver paura...
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